Ok, allora tutti già sappiamo che il nostro vecchio amico Tipos non sarà più chiuso. Però, avevo già fatto rinascere un mio antico blog, e non ho voglia di cambiare un'altra volta.
Non so se voi, fantasmi miei, sapete già che ce l'ho fatta a superare l'esame di ammissione al master qui a Pisa. Sarà una bellissima sfida questa, tradurre dall'inglese all'italiano, anche perché non è che il mio italiano sia perfetto. Mi manca la pratica quotidiana dello scrivere, anche un po' di vocabolario, eccetera.
Quindi ho deciso di usare questo blog per esercitare il mio italiano. Scriverò cose che c'entrano con il master, altre che non c'entrano nulla, insomma, scriverò in italiano. L'indirizzo del blog ufficiale di allora è in uno dei post precedenti.
Ho deciso di cominciare parlando (in realtà, scrivendo) di un testo che ci è stato consigliato come lettura preliminare della prima lezione del master, che si terrà questo venerdì. Si tratta di un testo in inglese (vedo che la maggior parte dei testi che leggerò d'ora in avanti saranno nella lingua di Shakespeare) e proverò a tradurne e/o spiegarne le parti principali nell'idioma di Dante. Il titolo è Traducendo cultura vs. traduzione culturale, e l'argomento mi è parso interessante. L'autore è Harish Trivedi.
Il saggio comincia delineando un panorama della storia recente della traduzione, il posto che occupava prima (come disciplina secondaria, della Linguistica e abche della Letteratura Comparata) e l'interesse che ha suscitato nello scorso secolo fino a diventare una disciplina vera e propria, chiamata in inglese Translation Studies, che qui traduco come Studi di Traduzione.
L'autore cita vari libri che sono stati importanti per far diventare la traduzione un fenomeno più rilevante. Molti tra questi libri da lui elencati devo leggerli anch'io per il master.
Piano piano tutto comincia a chiarirsi, cioè, impariamo (e io sono particolarmente d'accordo) che tradurre non è semplicemente una sostituzione di parole con lo stesso significato in due diverse lingue, bensì "una complessa negoziazione tra due culture. L'unità della traduzione non è più una parola o una frase o un paragrafo o una pagina o perfino un testo, ma insomma tutto il linguaggio e la cultura di cui il testo è stato costituito" (p.3)
Poi c'è una parte in cui l'autore parla di un filosofo indiano chiamato Homi Bhabha e di una sua opera "L'ubicazione della cultura" (sto leggendo anche questa, però solo un capitolo, e comunque è quasi illeggibile), in cui con frasi lunghe e prolisse spiega qualcosa che sto cercando di capire, ma parla di postcolonialismo (che infatti è l'oggetto principale del master: la letteratura, il teatro, il cinema, la saggistica di testi postcoloniali).
Insomma, posso dire che quello che ho capito, mi è piaciuto. Il resto devo ancora rileggerlo con un po' più di pazienza domani e vedremo se da tutta questa prolissità ci si può cavara qualcosa.